lunedì 4 novembre 2013

Il cinema romeno in Italia

Articolo pubblicato nell'inserto Chiamami Cittadino n.622/2009 del giornale Chiamami Città


L'integrazione degli immigrati in Italia dovrebbe avere come fondamento la reciproca conoscenza tra italiani e stranieri. Un approccio alla cultura del paese
di arrivo è quasi scontato, visto l’accessibilità ai mezzi di diffusione: televisione, giornali, mass-media in generale. Più difficile sembra il processo inverso, ovvero far conoscere agli italiani le culture e la storia dei nuovi abitanti delle città italiane. Per questo motivo, le comunità di stranieri in Italia organizzano eventi di presentazione delle loro tradizioni e costumi, ricorrendo spesso anche ai “peccati di gola” per incuriosire ancora di più il pubblico italiano. Il giovane cinema romeno, scoperto nei festival internazionali, porta il suo contributo alla reciproca conoscenza tra italiani e romeni mettendo sotto i riflettori il passato non molto lontano di un popolo che vanta la sua latinità.
Da pochi giorni è uscito in Italia il film “Racconti dell’età dell’oro” che presenta attraverso 4 episodi il dramma di un popolo incatenato dalla dittatura. Storie comiche, bizzarre, strane che usano la risata per portare al centro dell’attenzione problemi gravi che dovevano essere affrontati quotidianamente: la fame, la paura del regime, l’incertezza del domani, la povertà.
La maggior parte dei romeni in Italia ha vissuto quei tempi e ne conserva un ricco bagaglio di ricordi. Come si potrebbero dimenticare le lunghe file per comprare il cibo, i negozi quasi vuoti, la mancanza della corrente e dell’acqua
calda, i programmi televisivi di propaganda, i canti patriottici, la paura del vicino di casa?
Buona visione a tutti!

“Basta razzismo, basta retate, basta intolleranza”

Articolo pubblicato nell'inserto Chiamami Cittadino n.622/2009 del giornale Chiamami Città
 
"Siamo tutti clandestini, NO al pacchetto sicurezza”, “Basta razzismo, basta retate”, “Siamo nati liberi”, “10.000 migranti morti in questo mare”, “No ai respingimenti, Diritti di cittadinanza per tutti e tutte”, “Fuori i razzisti dalla nostra città”, “Biagini a moul khol” (Biagini sei senza cuore), ecco gli slogan e le voci che hanno animato la manifestazione antirazzista e contro il pacchetto sicurezza svoltasi nella nostra città il 26 scorso. Il corteo che ha visto insieme immigrati sopratutto appartenenti alla comunità senegalese e italiani ha percorso le strade di Rimini dal mare al centro storico denunciando ad alta voce il razzismo che si intravede nelle misure prese dal Governo, col pacchetto sicurezza, contro gli immigrati e il clima di paura che è stato instaurato quest’estate nella capitale del turismo di massa che ha visto le sue spiagge invase dalle pattuglie alla ricerca con tutti i mezzi (elicotteri, imbarcazioni, fuoristrada) dei venditori abusivi di origine straniera. Adesso più che mai si
sente il bisogno della memoria: gli italiani, come gli stranieri che hanno trovato casa e lavoro in Italia, sembrano aver dimenticato la storia recente in cui
immigrati erano proprio loro, obbligati a sopportare discriminazioni e razzismo. Invece di trattare i fratelli arrivati da lontano con compassione in virtù del diritto alla dignità, l’Italia approva il pacchetto sicurezza che mette in discussione anche coloro che da 15-20 anni qui vivono, producono reddito e
versano contributi. Si chiede, quindi, di affrontare i problemi che si registrano nella nostra città usando il dialogo diretto con le persone interessate.
La manifestazione è stata anche l’occasione per chiedere un area per il mercato dove immigrati con licenza possano vendere la loro merce senza essere impossibilitati nella loro attività lavorativa. Inoltre, si è chiesta l’apertura di una vertenza pubblica riguardante i casi di tanti senegalesi regolari e con contratto di lavoro, ma il cui rinnovo dei permessi di soggiorno è stato bloccato a causa di condanne penali, in alcuni casi di 10 anni fa, per vendita ambulante senza licenza.
Rispetto, dignità, libertà, ecco le voci di coloro che, anche se di nazionalità diverse, si sentono parte di questa città e vogliono contribuire alla creazione di
una comunità che dice “Basta razzismo, basta retate, basta intolleranza”.

Ecco i primi consiglieri “comunitari” romeni eletti in numerosi comuni

Articolo pubblicato nell'inserto Chiamami Cittadino n.615/2009 del giornale Chiamami Città

La volontà di essere parte attiva dell’elettorato italiano ha portato tanti immigrati comunitari che vivono in Italia ad iscriversi sulle liste aggiunte per le elezioni europee e le elezioni comunali. Malgrado le perplessità che mi lascia il fatto che la legge italiana permetta ai cittadini europei residenti in Italia di eleggere i propri candidati italiani al Parlamento Europeo, ma non dà loro il diritto di eleggere i membri del Parlamento Italiano, alle recenti elezioni hanno espresso la loro scelta politica molti romeni. Lo hanno fatto non solo come
elettorato passivo, ma anche attivo in quanto sulle liste dei partiti che riconoscono pieni diritti agli stranieri che vivono in Italia o su varie liste civiche si potevano leggere anche “strani” nomi. Una dimostrazione che in Italia si crede
in una vera cultura dell’accoglienza e dell’integrazione che significa anche coinvolgimento politico di coloro che vivono in Italia ma hanno un’altra nazionalità. La partecipazione attiva alla vita politica di un paese di tutti quelli
che ci vivono significa condivisione dei valori democratici e compartecipazione attiva alla vita decisionale che rende più responsabili e più attenti. Insieme si collabora per fare e rispettare regole e leggi nell’ottica del detto “Si, a me interessa”. Dalle ultime amministrative in Italia sono usciti tre consiglieri romeni: a Padova, a Verbania e Marcellina.
Adrian Chifu, eletto nel consiglio comunale di Verbania, città al confine con la Svizzera, non è alle prime armi con la politica in quanto si era candidato a sindaco anche in Romania. In Italia lavora come socio di un’azienda edilizia.
I suoi connazionali lo hanno sostenuto pienamente e, in base alle preferenze ottenute (119 voti) nella Lista Civica, è il primo tra i candidati nel consiglio locale.
Nel Comune di Padova occuperà un posto di consigliere Nona Evghenie, laureata in economia internazionale a Bucarest, oggi tecnico gestionale in un grande gruppo bancario in Italia. Ha deciso di coinvolgersi politicamente
in Italia da poco tempo entrando a far parte del PD. Eletta con 330 voti, è stata appoggiata non solo dai romeni che vivono a Padova, ma anche dagli italiani che hanno creduto nelle sue capacità.
A Marcellina, vicino a Roma, c’è un’altra signora romena che ha conquistato un seggio nel Consiglio Comunale: Leontina Ionescu. Arrivata in Italia per amore venticinque anni fa, oggi si occupa di traduzioni e interpretaria-
to presso la Procura e il Tribunale. Nel paese di Marcellina si è fatta conoscere anche perché ha aiutato molti romeni che avevano problemi burocratici prima che la Romania diventasse membro dell’Unione Europea. Ha vinto con 160 voti grazie ad un appoggio non solo da parte della comunità romena, ma anche degli
italiani che la conoscono da molto tempo e apprezzano il suo coinvolgimento nelle problematiche della comunità.
L’impegno politico degli eletti romeni in Italia si vuole concretizzare in progetti pensati sopratutto nell’ambito dell’immigrazione. Difesa dei diritti degli immigrati, l’intensificazione degli scambi culturali, misure concrete per la buona
convivenza tra italiani e immigrati, l’organizzazione di corsi di formazione professionale e di lingua italiana, riorganizzazione della commissione degli immigrati, la costituzione di un osservatorio permanente per l’integrazione, la
promozione della conoscenza dei regolamenti statali per responsabilizzare gli immigrati spiegando loro quali siano i loro diritti e doveri, un maggior coinvolgimento e interessamento degli immigrati residenti alla vita politica del
paese come elettorato passivo e attivo sono alcuni degli obiettivi che seguiranno i consiglieri romeni nel loro impegno politico.

Banche senza confini

Articolo pubblicato nell'inserto Chiamami Cittadino n.614/2009 del giornale Chiamami Città

Finalmente la campagna elettorale 2009 è finita. Speriamo che per un po’ di tempo la caccia allo straniero, colpevole, secondo alcuni, del degrado delle città italiane finirà e si darà più attenzione alle problematiche economiche e sociali che richiedono soluzioni immediate.
“Consumate, consumate e consumate!” sembra essere lo slogan del momento. Anche se in molti si chiederanno come sia possibile far spese con il portafoglio vuoto. In questa società consumistica sono attori a pieni diritto anche gli stranieri che abitano in Italia e verso i quali mostrano sempre più interesse le società di telefonia mobile, le società creditizie, le società specializzate nel trasferimento di soldi all’estero, le banche. Dato il numero considerevole di immigrati in Italia essi rappresentano una fetta considerevole del mercato per i quali si sono creati strumenti speciali per l’accesso a beni e servizi. Per acquistare auto e moto, per arredare la casa, per comperare elettrodomestici e computer, gli immigrati in Italia usano sempre più i vari strumenti di finanziamento messi a disposizione da società come Agos, Unicredit, Banca Intesa, Banca Antonveneta, Compass. La stessa cosa è accaduta alle società di telefonia quando si sono accorte che l’Italia diventava sempre più multietnica. Sono spuntate così le “tariffe etniche”, le carte per telefonare all’estero, i piani telefonici per chiamare “a casa” a prezzi bassi. Wind, Vodafone, Tim e Tre si fanno concorrenza nell’attirare il cliente con varie offerte: “Call your country”,
“One Nation”, “ Welcome home”, “Super 0 Mondo”.
Agli immigrati che vogliono mettere radici in Italia acquistando una casa le banche hanno iniziato ad accordare mutui. Per facilitare l’iter di concessione del mutuo molte banche hanno distribuito brochure tradotte in varie lingue e hanno iniziato una collaborazione fruttuosa con i mediatori interculturali. C’è anche chi ha pensato all’apertura di filiali dedicate esclusivamente agli immigrati (UniCredit Banca nelle principali città italiane) con lo scopo di seguire meglio i clienti stranieri e di fornire loro informazioni precise su cosa vuol dire contrarre
un mutuo. Altre banche (Gruppo Intesa San Paolo) hanno creato i Multiethnic Point nei luoghi ad alta concentrazione di immigrati con lo scopo di eliminare le barriere linguistiche e culturali proponendo in maniera chiara e trasparente i propri prodotti.
Per attirare i clienti stranieri si è ricorso a campagne pubblicitarie in varie lingue sui giornali e sul web che puntavano sulla diversità etnica. Ci si rivolge all’immigrato mettendo nelle proprie pubblicità foto di gente dai tratti somatici
decisamente esotici e dicendo, per esempio: “Ora la tua patria è più vicina”, “Prestiti senza confini”, “Straniero? No problem, da noi sei il benvenuto”. Gli immigrati sono una risorsa per l’Italia anche dal punto di vista economico,
lo hanno capito anche loro, i grandi guardiani della finanza privata.

I clandestini danneggiano l’immagine dell’Italia, parola di ministro!

Articolo pubblicato nell'inserto Chiamami Cittadino n.613/2009 del giornale Chiamami Città
 
E’ difficile capire come mai l’Italia, un concentrato di bellezze architettoniche conservate da remoti tempi, di artisti famosi in tutto il mondo, di paesaggi mozzafiato spesso ritrovati come componente scenografica di tanti celebri film, la bella Italia con il suo mare e le sue cime innevate, con il suo buon cibo e vino
non è più una meta sognata da tanti turisti volonterosi di investire i loro risparmi annuali in una vacanza. Alcuni potrebbero pensare che gli alberghi in Italia siano fatiscenti o che i servizi offerti non siano all’altezza dell’aspettativa. Oppure che i prezzi siano troppo alti e una famiglia dovrebbe indebitarsi per una settimana in questo meraviglioso paese. Un’altra ipotesi che potrebbe far allontanare i turisti dal territorio italiano è che tante volte i siti web mettono a disposizione informazioni su un albergo o un servizio offerto, con tanto di foto
allegate, che si rivelano lontane dalla realtà nel momento dell’arrivo. O forse il noleggio di un ombrellone con due lettini ha un prezzo troppo salato rispetto al prezzo praticato in riva ad altri mari? Per non parlare del fatto che tanti posti in Italia sono sprovvisti della ormai indispensabile copertura internet tanto necessaria anche durante le ferie? O che prendere il taxi è diventato un lusso in Italia? Noleggiare una macchina una follia. I musei chiusi nei giorni festivi. I trasporti pubblici insufficienti.
La risposta è no, secondo il neo ministro Brambilla non c’è nessuna relazione tra queste ipotesi e la mancanza di turisti in Italia.
Il problema è che in Italia c’è un clima di insicurezza a causa della microcriminalità diffusa: scippi, furti, rapine. I responsabili di questa situazione sono sempre loro, gli immigrati clandestini. Gli immigrati clandestini sarebbero anche responsabili di un danno d’immagine arrecato all’Italia. Suppongo che il ministro del turismo abbia voluto giustificare, usando anche l’argomento del danno al turismo, la recente politica dei respingimenti in mare degli immigrati. Non esprimo giudizi in merito, però mi permetto una riflessione.
Premesso che l’immagine di un paese è soprattutto quella offerta negli incontri internazionali dai suoi rappresentanti e non dai clandestini rinchiusi in veri “campi di concentramento”, come definisce il nostro presidente del consiglio i Centri di Identificazione e Espulsione, mi chiedo: “Come mai la gente continua ad andare in Egitto, Yemen, Siria, Thailandia, Madagascar, Tunisia, Colombia, Turchia, Brasile, ecc, posti famosi per non essere proprio calmi e sicuri?”

Una società multietnica

Articolo pubblicato nell'inserto Chiamami Cittadino n.612/2009 del giornale Chiamami Città

La parola “multietnico” è stata usata molto negli ultimi giorni in relazione alla scelta del governo di riportare in Libia i barconi degli immigrati trovati nelle acque internazionali. Siamo venuti a sapere che il governo non ha intenzione di promuovere un’Italia multietnica e la cosa ha portato molti di noi a interrogarsi su cosa porterà tutto ciò.
Anche perché l’Italia multietnica è un dato di fatto e un valore aggiunto che non si può negare. Basta aprire la porta di casa e trovare un negozio cinese, proseguire per la strada e sentire profumo di kebab, andare avanti e trovare
bambini italiani, egiziani e sudamericani che giocano insieme a pallone. Nel parco, signore anziane in carrozzina vengono portate a spasso da signore russe e ucraine. I compagni di banco dei nostri figli arrivano dal lontano Pakistan. E’ una signora moldava che mi da una mano a pulire la casa. L’imbianchino era albanese, la società di costruzioni apparteneva ad un romeno. La ragazza che sfila in televisione arriva da Santo Domingo, l’insegnante di tai-chi è cinese, il professore di francese arriva dal Congo. In spiaggia compro bellissime collane
da un ragazzo indiano. Le fabbriche italiane sono piene di operai tunisini e marocchini. Al tribunale incontro una mediatrice culturale argentina. Nel parco vedo spesso un musulmano raccolto in preghiera, non mi sono mai permessa di disturbarlo per sapere di dove era originario. I miei migliori amici sono una famiglia mista: lui italiano, lei polacca. Tutte queste persone sono arrivate in Italia con un progetto di crescita personale e sono stati fortunati ad essere ben accolti. I vari governi hanno cercato soluzioni di integrazione dei nuovi arrivati e di buona convivenza con gli italiani. Per favorire la reciproca conoscenza si organizzano spesse cene etniche, rassegne di film stranieri, presentazioni di libri scritti da immigrati, ci sono associazioni di immigrati, giornali per gli immigrati, servizi per gli immigrati. Mi chiedo allora se non sia questa una società multietnica. Una società aperta all’altro, senza distinzione di razza, lingua, religione come sancisce la Costituzione italiana.
Mi auguro allora si tratti solo di un uso frettoloso di parole, mi aspetto una ritrattazione o almeno una barzelletta.

Nel mondo del web siamo tutti uguali

Articolo pubblicato nell'inserto Chiamami Cittadino n.611/2009 del giornale Chiamami Città 

Ormai il computer è entrato a far parte delle nostre famiglie e sembra che nulla si possa fare senza il suo indispensabile aiuto. Non è più un bene di lusso, neanche un oggetto usato da pochi, nemmeno un mostro davanti al quale non si sa cosa e come fare. Una conquista alla portata di tutti nel XXI secolo di cui l’Italia ha iniziato solo da poco a fare tesoro. Le misure di e-government
favoriscono l’innovazione e migliorano le modalità di relazionarsi tra la pubblica amministrazione e gli utenti. Però devono essere affiancate da misure di e-inclusion (alfabetizzazione informatica della popolazione, possibilità di accesso a internet per tutti, promozione della cultura della società dell’informazione) per non rimanere senza utilità pratica.
Dal 2007 anche il mondo dell’immigrazione italiana si confronta sempre di più con problematiche connesse alle nuove tecnologie. Con un semplice click si possono inviare domande di assunzione di cittadini extracomunitari, si possono avere informazioni sulla situazione di una domanda di assunzione e l’assegna-
zione di una quota. Una procedura semplice che evita le file agli Sportelli Unici, a disposizione di coloro che hanno un computer e un collegamento internet. Sono diventate ormai famose le Click-day che tante volte hanno mandato in tilt i server del Ministero dell’Interno a causa del numero elevatissimo di accesso in un determinato arco temporale. Un incidente di percorso che non ha scoraggia- to nessuno e che ha determinato la pubblica amministrazione a promuovere sempre di più l’utilizzo dell’internet nel risolvere pratiche legate all’immigrazione. Tanto che oggi il click è diventato necessario per le domande di ricongiungimento familiare o per le domande di assunzione dei lavoratori stagionali extracomunitari. In più, tante province, questure, comuni si sono adoperati a mettere a disposizione degli immigrati tutte le informazioni
necessarie riguardanti il soggiorno in Italia attraverso numerosi siti e portali web. Sono molti gli immigrati che utilizzano la rete come fonte di informazione, come strumento di lavoro, di ricerca lavoro, come strumento di comunicazione con i propri cari rimasti in patria. Ci sono forum di immigrati dove si cercano
spesso soluzioni a problemi comuni. Si prov a non escludere nessuno e in aiuto a coloro che non dispongono di un PC e di un collegamento internet sono corsi in aiuto i sindacati, il patronato, numerose agenzie che assistono nella compilazione delle varie pratiche. In più, molti enti hanno iniziato ad organizzare corsi di informatica di base per immigrati. Perché un immigrato non deve solo conoscere la lingua del paese ospitante, ma deve anche avere la possibilità di acceso a tutte le informazioni riguardanti il paese dove ha deciso di vivere.
Certamente il problema dell’alfabetizzazione informatica non è solo un problema degli immigrati, ma riguarda anche molti italiani.
I corsi di utilizzo del computer potrebbero essere un’occasione di incontro e di comune sforzo tra italiani e immigrati.

Un Albo per i mediatori culturali

 Articolo pubblicato nell'inserto Chiamami Cittadino n.609/2009 del giornale Chiamami Città 

In un’Italia sempre più multietnica, la figura del mediatore interculturale ha un ruolo centrale nel dialogo tra immigrati appartenenti a varie culture e le istituzioni italiane. Una nuova figura professionale che deve disporre di vaste e ricche conoscenze sociali, storiche e culturali, nonché di capacità e tecniche di mediazione e di conciliazione, ma che non gode di pieno riconoscimento e che svolge attività in condizioni di perpetua precarietà.
E’ da qualche tempo che si parla di un albo nazionale dei mediatori interculturali ma fino adesso quasi nulla si è fatto. All’inizio di febbraio è stata
presentata una proposta di legge dal titolo “Delega al governo per l’istituzione dell’Albo dei mediatori interculturali” che impegna il Governo a definire
l’accesso a due Albi nazionali, dei mediatori e delle organizzazioni che li utilizzano (spesso oggi con compensi vergognosi e senza certezze, al contrario di quanto accade in altri paesi europei); i requisiti dei processi di formazione generali e specialistici; le norme di utilizzo nelle istituzioni pubbliche; i finanziamenti a disposizione.
I requisiti necessari per l’iscrizione all’albo dei mediatori sarebbero: conoscere la lingua e la cultura italiana così come lingua e cultura di almeno un paese straniero, una laurea in discipline umanistiche, sociali o linguistiche, o, se manca il titolo, la dimostrazione di aver acquisito comunque conoscenze
“idonee ed equivalenti” nei paesi d’origine. Coloro che esercitano già la professione di mediatore interculturale presso enti pubblici e privati avranno la
possibilità di iscriversi all’albo entro 6 mesi dall’ entrata in vigore dei decreti legislativi. Una normativa molto attesa da persone il cui lavoro è indispensa-
bile nelle questure, negli ospedali, scuole, tribunali e che subiscono disparità evidenti di trattamento e nessuna garanzia sul futuro.

Curry contro soffritto di cipolle

Articolo pubblicato nell'inserto Chiamami Cittadino n.609/2009 del giornale Chiamami Città

Molte volte gli odori e i profumi ci fanno tornare in mente ricordi di terre lontane. Il curry, lo zenzero, il cumino, i chiodi di garofano, la cannella ci portano con la mente in Asia o in Africa. Ma se questi odori si propongono la mattina quando di solito ti godi un bel caffé? O appena uscito dal tuo appartamento? O tardi nella notte d’estate quando ti vuoi immergere nel bel fresco? Molti italiani si limitano a chiudere le finestre con la speranza che l’ora del cucinare passi veloce. Tanti si chiedono incuriositi “cosa bolle in pentola” nel vero senso della parola. Però ci sono anche situazioni in cui “le immissioni moleste” danno origine a lunghe guerre di condominio. Ebbene, l’integrazione passa anche per la cucina. I “nuovi arrivati” portano un ampio bagaglio culturale assai diverso da quello italiano e la cucina asiatica o africana ne è prova. Perché per noi tutti la così detta “cucina della mamma” è la migliore e i
gusti primordiali non si possono cancellare. Si possono al massimo educare. Cisi aggiungono anche gli innumerevoli negozi etnici che vendono tutti gli ingredienti che fanno sentire a casa coloro che ne sono lontani. Una sorte di cordone ombelicale difficile da tagliare. Con il passare degli anni gli italiani hanno imparato ad amare anche la cucina etnica, tanto che oggi i ristoranti etnici sono molto apprezzati. Da un’indagine condotta dall’associazione degli
amministratori di condominio è emerso che tra i motivi di litigio tra condomini, uno dei più frequenti è dato dagli odori della cucina etnica. L’articolo 844 del Codice Civile stabilisce che “l’immissione non può essere impedita a meno che non superi la normale tollerabilità rilevata nel contesto di riferimento”. Una tollerabilità che è impossibile da inquadrare e quindi gli odori della cucina etnica sono del tutto “legittimi”. La diversità delle persone e delle culture si rileva quindi anche nei gusti e nei profumi e ciò che per un individuo risulta piacevole, per un altro potrebbe essere fastidioso e sgradevole. Tocca a noi
trovare una conciliazione che stavolta potrebbe essere dettata dalle leggi della
buona convivenza. La guerra tra il pollo al curry e il soffritto di cipolle non ha senso.

Quante volte si può morire?

Articolo pubblicato nell'inserto Chiamami Cittadino n.608/2009 del giornale Chiamami Città

Un detto francese recita “partire è un po’ morire” e mi chiedo allora quante volte debba morire, in senso figurato, uno straniero che lascia dietro le spalle il paese dove è nato con la speranza di trovare una strada migliore altrove nell’ignoto?
Lui, un operaio che lascia in patria moglie e bambini perché i soldi non bastano, lei una badante che deve allevare da sola 5 bambini, lui un bracciante che si ricorda molto bene la guerra dalla quale è scappato, lei è infermiera in un grande ospedale, lui fa il muratore e adesso spera di poter tirare su le mura della propria casa, lei cuce scarpe in un’azienda, lui sta per laurearsi, lei fa la segretaria. Sono stranieri, venuti in Italia con la speranza di un futuro migliore di quello che si prospettava nei loro paesi di origine, perché l’Italia è un paese
civile, accogliente, dove c’è bisogno di lavoratori soprattutto in ambiti dove gli italiani non si vogliono più impegnare. Grazie a loro tanti bambini e anziani hanno trovato conforto, grazie a loro tante industrie sono riuscite ad andare avanti e l’agricoltura ha trovato forti braccia. Si sono integrati benissimo malgrado le diffidenze reciproche iniziali, alcuni sono riusciti a portare in questa nuova patria le loro famiglie. Hanno inviato i loro figli a scuola, figli che adesso si sentono italiani e sono fieri quando lo dicono. In questo modo sono riusciti a colmare il vuoto che aveva lasciato dentro di loro l’abbandono delle proprie
terre. Sembrerebbe un quadro idilliaco, però purtroppo non è così. Oggigiorno il brutto fantasma della crisi economica rovina il mio quadro. Tanti di loro hanno perso il lavoro e rischiano il permesso di soggiorno, molte famiglie hanno già fatto le valige per tornare nei paesi di origine anche se i loro figli parlano
adesso solo l’italiano e conoscono un stile di vita diverso da quello che li aspetta nel paese dei loro genitori. Essere sradicati è proprio il loro destino. Mi chiedo se l’Italia non sia in debito con i suoi immigrati e se non dovrebbe offrire loro almeno il tempo per cercare un altro lavoro o per ricrearsi un lavoro. In un
momento difficile per tutti mi aspettavo più solidarietà e più cooperazione. Sono profondamente dispiaciuta a sapere che lontano c’è un piccoletto che ha lasciato in Italia i compagni di scuola, che sa solo qualche parola della lingua di suo padre e non capisce bene cosa gli stia succedendo. E se partire è morire,
farlo quando si ha solo 8 anni è ancora più terribile.

Gli ammortizzatori sociali per i lavoratori immigrati

Articolo pubblicato nell'inserto Chiamami Cittadino n. 607/2009 del giornale Chiamami Città. I riferimenti legislativi sono quelli in vigore a quella data.

La crisi economica che ha colpito il nostro paese è doppiamente pagata dai lavoratori immigrati: la loro permanenza qua dipende dell’esistenza di un posto di lavoro fisso. A breve termine, nella situazione della perdita del posto di lavoro o della riduzione dell’orario di lavoro i lavoratori stranieri potranno godere dei cosiddetti “ammortizzatori sociali” che metterà sotto il segno delle precarietà il
loro permesso di soggiorno.
Ecco una breve “guida” alle misure di cui potranno beneficiare anche i lavoratori stranieri in caso di perdita del posto di lavoro.
Nel caso in cui l’azienda decidesse di ridurre l’orario di lavoro di un lavoratore o egli venisse temporaneamente sospeso, il lavoratore avrebbe il diritto ad una integrazione dei guadagni attraverso uno strumento chiamato
Cassa Integrazione Guadagni, per un importo pari all’80% della retribuzione dovuta per le ore di sospensione del lavoratore (è previsto un limite massimo di € 858,58 lordi mensili per chi percepisce un salario pari o inferiore a € 1.857,48 lordi mensili e di € 1.031,93 mensili per i salari più alti). Sono esclusi dai benefici della CIG gli apprendisti. La CIG viene corrisposta al massimo per 13 settimane e prorogata fino a 12 mesi. In certi casi, il limite è elevato a 24 mesi.
Un lavoratore straniero messo in CIG risulta ancora occupato e quindi potrà rinnovare il suo permesso di soggiorno.
Se un’impresa è obbligata a licenziare i lavoratori, essi hanno diritto all’indennità di mobilità, richiesta ai Centri per l’impiego o all’Inps entro 68 giorni dal licenziamento e può durare fino a 3 anni.
Ne ha diritto chi ha un minimo di 12 mesi di anzianità nell’azienda e almeno 6 mesi di lavoro effettivo. L’importo dell’indennità è pari al 100% della CIG fino a 12 mesi, all’80% tra il 13° e il 36° mese. Sono esclusi gli apprendisti, i lavoratori con contratto a termine, stagionale o saltuario.
Per quanto riguarda il permesso di soggiorno dei lavoratori stranieri in mobilità, in assenza di norme chiare alcune questure rilasciano al lavoratore in mobilità un permesso di soggiorno di 6 mesi per attesa occupazione; altre questure, invece, rinnovano il permesso di soggiorno per un anno. I lavoratori che sono stati licenziati o sospesi da aziende colpite da crisi hanno diritto all’indennità di disoccupazione ordinaria, richiesta all’Inps entro 68 giorni dal licenziamento.
Per ottenerla bisogna avere almeno 52 settimane di contributi nel biennio precedente al licenziamento.
L’assegno è pari al 60% del salario lordo mensile per i primi 6 mesi e scende fino al 40% nei mesi successivi all’ottavo. Più di 8 mesi (12) di indennità spettano solo ai lavoratori con oltre 50 anni di età. Chi è stato sospeso può ricevere il 50% della retribuzione fino per un massimo di 65 giorni. Il limite massimo dell’indennità è pari a quello previsto per la CIG. L’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti può essere richiesta dal lavoratore per il periodo di disoccupazione relativo all’anno precedente quello della domanda. Ai fini del calcolo saranno conteggiate solo le giornate di disoccupazione dovute a licenziamento fino a un massimo di 180 giornate. L’importo è pari al 35% della retribuzione media fino a 120 giorni lavorativi e al 40% per i giorni successivi.
Il limite massimo è pari all’indennità di disoccupazione ordinaria. Spetta ai lavoratori che hanno almeno un contributo settimanale prima del biennio precedente la domanda e minimo 78 giorni di lavoro per l’anno di riferimento.
L’indennità di disoccupazione dà diritto ad un permesso di soggiorno di 6 mesi